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Lucia Capodagli

Lucia Capodagli, imprenditrice della Tech alla guida di importanti aziende della regione, racconta il suo percorso: da apprendista meccanico a dirigente, senza dimenticare le origini e quei nonni contadini che le hanno trasmetto l’amore per il territorio

di Silvia Baldini

Lei è cresciuta in un ambiente, quello della meccanica, comunemente definito ‘maschile’, e con un papà ingegnere. Come è stata la sua infanzia?

“Ho ricordi molto positivi e i miei genitori sono stati un punto di riferimento prezioso, anche per la conquista della mia autonomia personale e professionale. Con mio padre c’è sempre stato un rapporto intenso e delle sue qualità spero di aver raccolto soprattutto la dedizione e lo spirito”.

Ha lavorato anche come apprendista meccanico nei periodi estivi del liceo. Che ricordo ha di quella esperienza?

“Con il senno di poi, penso debbano farla tutti i figli di imprenditori intenzionati a restare in azienda o a costruire una loro attività imprenditoriale. Per quanto mi riguarda, mi sono messa in gioco e la vera ricchezza di quell’esperienza non è stata semplicemente confrontarsi con un ambiente tipicamente maschile, quanto avere la straordinaria occasione di guardare all’azienda dal gradino più basso, carpire i segreti dei colleghi che ne sapevano di più e accettare anche le diversità di ruoli. Sono state conquiste che ora mi fanno dire grazie a chi mi ha permesso di farle e che mi fanno sentire una privilegiata”.

Oggi vede diversa, rispetto ad allora, la situazione delle donne che si affacciano al mondo delle professioni tecniche e scientifiche?

“Scienza e tecnica sono parole femminili e, a quanto vedo, le donne non solo ottengono ottimi risultati, ma rivelano capacità che sono molto ricercate e apprezzate nel mondo del lavoro: ad esempio, comunicano meglio, utilizzando strategie corrette ed efficaci, si relazionano con gli altri in modo costruttivo, sanno individuare i problemi e risolverli. In un mondo sempre più complesso e interconnesso le donne sanno mediare meglio tra diverse necessità e fare sintesi, forse per le peculiarità intrinseche del loro ruolo materno”.

Lei a 30 anni era già amministratore delegato di una delle sue società, la Realmec. Come è stato divenire responsabile della gestione di un’azienda a quell’età?20150313_164832

“Il mio percorso in azienda, a cominciare da quello come apprendista e poi quello formativo, mi hanno fatto acquisire conoscenze ed esperienza e mi hanno permesso di instaurare un approccio forse più innovativo sia con la generazione di mio padre, sia con i clienti. Sono convinta, infatti, che non basti avere solo un cognome conosciuto e rispettato per avere una responsabilità così grande come la guida di un’azienda”.

Le donne offrono soluzioni diverse per il management e per i problemi di business?

“La crisi ha profondamente modificato l’organizzazione aziendale e i modelli di sviluppo economico. Ad esempio, oggi i clienti chiamano all’ultimo minuto, chiedono flessibilità oltre ogni logica, spingono perché si possano condividere anche le loro difficoltà: significa capire i nuovi bisogni, intercettare le nuove esigenze, dialogare in modo non tradizionale, anche sul terreno delle piattaforme immateriali. In poche parole, significa maggiore capacità di ascolto, che l’universo femminile ha nel proprio dna”.

Lei ha continuato a formarsi sempre, durante la sua carriera, frequentando anche Master in marketing e amministrazione. Interesse personale o necessità?

“Me lo impongono il mercato, in continua evoluzione, e i miei interessi personali. E torno a parlare di mio padre e di altri imprenditori della sua generazione: sono partiti dal nulla, affrontando con coraggio, quando si presentavano, i problemi aziendali, in un periodo storico in cui c’era tutto da fare e da costruire. Oggi le cose sono più difficili e nulla si può improvvisare. Per questo sento il dovere di essere in formazione perenne, perché il mio posto di lavoro non dipende da mio padre, ma da ognuno dei nostri clienti”.

Dal 2011 è anche presidente della Delegazione Marche di Aidda, l’associazione delle imprenditrici e donne dirigenti d’azienda. Cosa osserva dal suo interno?

imageview“Le Marche rappresentano molto bene il Paese: ci sono diverse donne imprenditrici ma molte altre valide restano ai margini del sistema e lontano dalle posizioni apicali delle aziende. Rispetto al resto dell’Italia, soprattutto quella delle regioni più sviluppate, la nostra regione paga un ricambio generazionale ancora lento e una propensione all’innovazione che non è diffusa né su tutto il territorio, né in tutti i settori della nostra economia”.

Di fronte alla crisi, il mondo femminile imprenditoriale delle Marche come ha reagito?

“Le storie di tante donne imprenditrici di questa regione, molte delle quali giovanissime, parlano soprattutto di start-up: tante donne si stanno mettendo in gioco, aprendo nuove attività, che fanno dell’innovazione tecnologica, di prodotto, di processo e di comunicazione il loro vero punto di forza”.

Da dove vengono le resistenze maggiori al sostegno al lavoro femminile?

“Principalmente da una politica fino a ora distante dalla gente e quindi anche dagli imprenditori. Vengono anche da una parte del sindacato che ancora considera lavoratori e datori di lavoro come soggetti contrapposti. Eppure basterebbe vedere con più attenzione al clima di coesione sociale che, nonostante la crisi, si respira nelle Marche per capire che anche le relazioni sindacali non possono essere più le stesse del secolo scorso”.

Per finire, torniamo alle origini. Qual è l’insegnamento più importante che le hanno lasciato i suoi nonni e quel mondo contadino da cui venivano?

“L’amore e il rispetto per la terra intesa come territorio, che mi portano ad avere un profondo legame con la mia città e la mia gente. Anche per questo ho accettato la direzione di un’azienda pubblica di servizi locali mettendo a disposizione la mia esperienza per un mandato di scopo: la fusione di due partecipate. Dalle radici contadine della mia famiglia vengono l’amore e il rispetto per la terra intesa come ambiente, che non si imparano sui banchi di scuola e che ho voluto trasmettere ai miei figli”.