L’indagine condotta recentemente dal Censis sulla situazione del nostro paese evidenzia i seguenti aspetti: ondata di scetticismo e crisi di fiducia per chi ci governa a tutti i livelli.

La classe politica, le strutture intermedie e la pubblica amministrazione sono i principali responsabili e artefici di questa situazione.

Al pubblico viene data la funzione di governare, di orientare verso processi di crescita.

L’offerta, viceversa, sta cominciando a peggiorare e declinare verso comportamenti di sfiducia e conservatorismo: la società si difende perché dissimula e si sente abbandonata.

L’89% degli italiani esprime un’opinione negativa sui politici. Circa i soggetti intermediari tradizionali: l’1,5% degli italiani ha fiducia nelle banche, l’1,6% nei partiti politici, il 5,5% nei sindacati.

Il risparmio cautelativo delle famiglie ha raggiunto altissimi livelli: dall’inizio della crisi (2007) l’incremento è stato pari a 114 miliardi di Euro, raggiungendo alla data del 2016 un importo di moneta giacente presso depositi non vincolati pari a 818 miliardi di Euro. A tale importo si potrebbero aggiungere le disponibilità di liquidità offerte dalla BCE.

 

I soldi ci sono ma non vengono impiegati perché essi vengono cautelativamente consumati.

Mancano investimenti reali, manca intraprendenza, iniziativa, fiducia: le famiglie tengono i soldi per proteggersi.

Il tasso di invecchiamento sta avanzando, la natalità si riduce.

Accanto alle inadempienze della politica si sta configurando una classe sociale cambiata, in cui la fame che ha motivato la crescita della classe media è venuta meno. Crescita che nel passato ha dato vita al boom economico.

 

Il tasso di investimento italiano è tra i più bassi dell’Unione Europea: 16,6% contro una media europea del 19,55 e contro il 21,5% della Germania.

I millennials saranno più poveri dei lori genitori e dei loro nonni.

I genitori e i nonni hanno visto dal 1991 crescere il proprio reddito del 91% nonostante una diminuzione del loro potere d’acquisto.

Il divario del reddito pro-capite tra giovani e meno giovani si è ampliato in questo ultimo periodo.

Il reddito familiare ha fatto da scudo alla diminuzione del reddito della fascia di giovani garantendo la zona comfort, creando un contesto comodo, protetto, senza spinte all’intraprendenza e all’imprenditorialità.

Il parco delle aspettative dei giovani è cambiato verso una motivazione  più autorealizzativa e meno di sicurezza/successo.

La filiera della formazione sta venendo meno rispetto al suo ruolo nel matching tra la domanda e l’offerta. Anzi, concorre ad accentuare il divario, mancando l’esercizio della sua funzione d’incontro tra domanda e offerta.

Sebbene il numero dei laureati sia aumentato, le competenze che il sistema formativo produce non soddisfano quelle richieste dalle aziende.

I giovani sono mal disposti a sopperire alle richieste di lavoro usuranti (vedi badanti, ausiliari sanitari, ecc…).

Il lavoro impiegatizio si è ridotto.

Vengono sempre più richieste competenze tecniche specialistiche o commerciali, competenze per le quali non si dispone della professionalità necessaria.

Risultato: un alto tasso di disoccupazione giovanile. Dove gli under 35 dispongono del 4,3% della ricchezza patrimoniale e finanziaria della nazione. Venticinque anni fa la percentuale era superiore al 6%.

Le misure che vengono adottate per orientare e stimolare la classe dei millennials sono insufficienti e mancanti di un processo/progetto strategico. Ciò è sintomo di una classe politica e formativa pubblica impreparata e demotivata.

A che cosa dobbiamo la produzione e il mantenimento del reddito? Allo sfruttamento del capitale per lo più intangibile: risultato dell’accumulo storico della nostra creatività ed eleganza (know how).

La filiera del lusso continua ad esportare, ottimi risultati registrano anche l’industria enogastronomica, quella dei macchinari di precisione, la ricchezza e vitalità dei territori, il turismo, attratto dal patrimonio naturale, culturale, artistico.

Il sistema è frenato dalla bassa competitività. La burocrazia, la giustizia; la spesa pubblica, con la sua pressione fiscale, la conservazione delle strutture corporative agiscono come fattori demotivanti nei confronti della ricerca alla crescita.

La classe imprenditoriale è interessata da un problema di passaggio generazionale.

I fattori di stimolo all’investimento ad accelerare i processi di cambiamento e innovazione sono più negativi che positivi.

Manca la capacità di fissare obiettivi di crescita e di formulare strategie. Siamo in assenza di una politica economica e ciò che viene timidamente fatto è insufficiente rispetto ai fattori che deprimono il contesto.

 

Flavio Guidi

Management Academy Sida Group

Area strategia e sviluppo organizzativo