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L’ORARIO DI LAVORO, IL PARAMETRO “VECCHIO” DI POLETTI:
RETRIBUZIONE E BENESSERE NELLE PMI

L’affermazione del ministro del Lavoro Giuliano Poletti “L’ora di lavoro a fronte dei cambiamenti tecnologici è un attrezzo vecchio”, fatta nel dicembre scorso durante un convegno sul Jobs Act alla Luiss University, ha messo in subbuglio le Organizzazioni Sindacali, com’era prevedibile, tuttavia non ha acceso l’entusiasmo degli imprenditori. Eppure non è un’assoluta novità. La stessa Costituzione all’art. 36 indica che la retribuzione deve essere: “proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro”. Ma senza scomodare la Costituzione risulta evidente che l’espressione del ministro richiama a una attenzione particolare a sperimentare nuove modalità di compensazione, superando la via pressoché esclusiva della retribuzione in corrispondenza di un determinato orario di lavoro. In termini più netti, retribuire meno sulla presenza e più sui risultati raggiunti.
In realtà, le grandi imprese hanno già iniziato a percorrere questa strada, i contratti integrativi aziendali oramai sono quasi tutti costruiti su risultati di prestazione, e di massima sono composti da due possibili soluzioni di retribuzione aggiuntiva: premio di prestazione e/o migliorare la vita (anche privata) del proprio lavoratore. Insomma, dove non si può arrivare con il denaro si arriva con un welfare aziendale. Eppure la stragrande maggioranza dei lavoratori italiani né è esclusa. Vediamo il perché.
Secondo i dati sul costo del lavoro diffusi da Eurostat, l’Istituto di statistica dell’Unione europea, relativa al 2014, il costo del lavoro medio dei paesi del Sud Europa è notevolmente inferiore di quelli del Nord Europa, ad esempio in Italia è di 28,3 Euro/ora, meno della media UE 29,2 mentre in Danimarca è di oltre 40 Euro/ora. Quanto alle retribuzioni effettivamente percepite, tutti sappiamo che le retribuzioni tedesche sono ben superiori a quelle italiane. Eppure, sempre secondo questi dati, nei paesi del Mediterraneo l’orario di lavoro è di gran lunga superiore agli stessi paesi del Nord Europa. In Grecia la media annua per lavoratore è di 2.034 ore, in Italia 1.752 mentre in Germania è di 1.393 e in Danimarca e Paesi Bassi ancora meno. E’ la produttività di questi paesi che è superiore alla nostra: un lavoratore tedesco produce per 42 Euro/ora rispetto ai 32 del lavoratore italiano.
Quindi, andando contro il luogo comune che richiama il costo del lavoro in Italia come un problema per la competizione osserviamo che uno dei principali elementi deboli del sistema produttivo italiano è la produttività. Possiamo insomma affermare che a un bravo imprenditore dovrebbe interessare poco quanto costa un dipendente, almeno finché costui rende all’impresa più di quanto essa spenda per averlo a sua disposizione.
Quindi, tornando all’affermazione del nostro ministro del Lavoro, dobbiamo ammettere che non è del tutto infondata. Il rapporto ore/retribuzione non risponde più ai cambiamenti avvenuti nel mondo del lavoro.
Ma per trovare parametri nuovi è necessario un profondo cambiamento culturale da parte delle organizzazioni sindacali datoriali e dei lavoratori. È indubbio che la produttività del lavoro dipenda dall’innovazione tecnologica, dall’organizzazione del lavoro, dalle stesse dimensioni delle imprese, ma anche, e sempre più, dalla qualità della vita dagli stessi lavoratori coniugando ritmi di lavoro ed esigenze famigliari. Miglioramento delle condizioni di lavoro non significa solo il rispetto degli adempimenti sulla prevenzione e protezione ma intervenire su tempi e modi.
Ma se fare ciò è più semplice per una grande impresa, dobbiamo considerare che il tessuto economico italiano è costituito dalle c.d. PMI. Il 95% delle nostre imprese ha meno di 10 addetti. Questa classe dimensionale ha un peso in termini di occupazione pari al 47%, contro il 21% in Germania, il 22% in Francia e il 27% nel Regno Unito. A questo si accompagna un sistema contrattuale estremamente rigido che in assenza di una legislazione sui minimi retributivi, trova risultanza nei rapporti di forza fra Datori di lavoro e Organizzazioni dei lavoratori. Eppure, molto altro si può e deve fare, e le PMI ne possono essere protagoniste.
Favorire l’utilizzo di lavoro Part Time, dove l’Italia oggi è agli ultimi posti in Europa, il lavoro a distanza (telelavoro), il coworking interaziendale, l’uso di manager anche in formula condivisa con altre PMI, permetterebbe di risparmiare sulla struttura, sui costi fissi di gestione della stessa, evitare le ridondanze, appoggiarsi al bisogno a manager e tecnici di valore, condividere know how e progetti.
Per fare ciò è necessaria una rivoluzione culturale, una nuova visione del fare impresa che, uscendo dal paternalismo tipico delle PMI e dalle rigidità ideologiche deli sindacati, costituirebbe le premesse per un sistema di welfare aziendale a favore di un miglior bilanciamento fra famiglia e lavoro, a sostegno del potere d’acquisto dei lavoratori e a supporto nell’affrontare i c.d. nuovi rischi sociali dai quali il welfare pubblico non protegge.

Francesco Marchi

Docente e Formatore Management Academy Sida Group