exportA cura di Symbola –

Trent’anni fa l’Italia veniva sconvolta da un grande scandalo del settore agroalimentare, quello del metanolo. Uno scandalo favorito dalla scelta di puntare su quantità e basso prezzo, scelta che ha aperto la strada all’adulterazione. Nel marzo 1986 alcune morti per intossicazione
sono causate dalla pratica di ‘dopare’ il vino, appunto, col metanolo: un alcool naturale che, aumentato dolosamente, provoca danni permanenti, portando anche alla morte. Sulla tragedia umana – saranno 23 le vittime e decine le persone con lesioni gravi – si innesta il dramma economico: l’immagine dell’Italia e dei suoi vini drammaticamente compromessa, un intero settore produttivo in ginocchio.
Quello che è accaduto dopo nel vino italiano rappresenta una straordinaria metafora del passaggio, ancora in corso, non solo nel vino ma in tutto il nostro sistema produttivo, da un’economia basata sulla quantità ad un’economia che punta invece su qualità e valore. Una metafora della missione
dell’Italia. Questa parabola produttiva e culturale che ha nel vino il suo campione riguarda anche una parte rilevante, anche se ancora non maggioritaria, della nostra economia. E in fondo, in questa tensione costante alla qualità, rivela il cuore e il motore del made in Italy. Nella filiera agroalimentare, ad esempio, siamo il Paese più forte al mondo per prodotti ‘distintivi’, con 282 prodotti tra Dop, Igp, Stg. 

Dall’alimentare alla manifattura. Rispetto a circa trent’anni fa (1989) il numero di scarpe esportato è diminuito (da 218 mila a 165 mila tonnellate) ma queste scarpe che valevano 5 miliardi di dollari oggi (2014, valori nominali) ne valgono 11. Nell’abbigliamento in pelle l’esportazione è passata da 1910 tonnellate a 2254 tonnellate, mentre il valore è praticamente triplicato: 787 milioni di dollari a fronte di 233. E mentre ancora nel 1996 eravamo solo al quinto posto nelle quote di mercato mondiale (6,7%) oggi siamo al primo (19,0%). Ancora. Oggi vendiamo all’estero 6 volte le paia di occhiali che vendevamo nell’’89, ma il loro valore è aumentato di quasi 10 volte, da 413 milioni a circa 4 miliardi di dollari. Nella fabbricazione di macchine per l’industria alimentare esportavamo per 68 mila tonnellate e un valore di 952 milioni di dollari, oggi le tonnellate, e presumibilmente il numero di macchine, sono cresciute a 157 mila (+130%), il loro valore complessivo a 4,1 miliardi: +333%. Il passaggio verso la qualità produce poi una riduzione del consumo di materia prima, energia, emissioni di CO2. È insomma una scelta concreta per affrontare anche gli obiettivi della COP21 di Parigi, per contrastare i mutamenti climatici. Una via italiana alla green economy.

In poco meno di trent’anni le scarpe italiane hanno fatto tanta strada. Rispetto al 1989 le imprese esportano (anno 2014) un terzo delle scarpe in meno, passando da 218 mila tonnellate a 165 mila, e nonostante ciò il valore nominale dell’export è più che raddoppiato, passando da 5 a 11 miliardi di dollari, al lordo dell’inflazione. Per avere un parametro meno influenzato dall’inflazione, seguiamo il valore medio delle singole paia di scarpe (valore medio unitario, che significa valore totale dell’export diviso quantità, il più attendibile indicatore statistico della qualità): nell’’89 era di poco inferiore alla media mondiale (-14%) oggi è straordinariamente superiore: +137%. È anche grazie a questo che abbiamo mantenuto il secondo posto per quote di mercato mondiale, corrispondente oggi all’8,6%.

Le scarpe italiane – apprezzate sui mercati mondiali, indossate dalle star – sono, quindi, uno dei pilastri del made in Italy. In virtù di una sapienza artigianale che viene da lontano, e di una strabiliante capacità di innovare, figlia anche dell’articolazione produttiva in distretti: che significano sinergie e resilienza, e che, nonostante le gravi difficoltà, hanno arginato l’attacco delle economie emergenti, dando nuova competitività al settore. A partire dai fondamentali. La materia prima: dal pellame made in Italy, sempre più sostenibile e in sintonia con le richieste del pubblico internazionale, fino a nuovi materiali. Passando attraverso i talenti creativi che portano originalità e cultura: grazie alla ricerca stilistica che attinge spesso al patrimonio immateriale, alimentata anche da un diffuso sistema formativo, e grazie ai designer, che danno un’anima ai nostri prodotti. Grazie ad una organizzazione moderna del sistema produttivo che attraverso nuove competenze sa tenere dietro ai ritmi accelerati della moda e dei consumi. Grazie anche alla grande attenzione alla comunicazione e alle possibilità offerte dal web (la personalizzazione, ad esempio) e dall’e-commerce.