Stefano Berdini

Stefano Berdini

La flessibilità e il mercato globale hanno rivoluzionato il mercato del lavoro. Le facoltà umanistiche restano un passo indietro rispetto alle lauree tecniche. E gli individui più ricercati sono quelli con una maggiore propensione all’individuare soluzioni creative ai problemi. 

In un mondo del lavoro completamente rivoluzionato rispetto al secolo scorso, anche la formazione si trova a dover cambiare buona parte dell’approccio didattico di insegnamento. Il mercato odierno del lavoro sottintende una forte adattabilità dell’individuo alla flessibilità. Così come una marcata predisposizione al “problem solving” e a tutte quelle mansioni che rendono sempre più trasversali le figure professionali. In sostanza, il concetto del “questo non mi compete” è un lusso che potevano permettersi gli impiegati fino a 20 o 30 anni fa. Attualmente molte aziende investono in settori dove le capacità relazionali del dipendente devono essere così spiccate da assicurare una certa fluidità nell’agganciare nuovi contatti e renderli fruttuosi. “Infatti è l’area commerciale quella che oggi viene potenziata maggiormente – spiega l’ingegnere Stefano Berdini, amministratore unico della società OPeRA, presidente della Sezione del Terziario di Confindustria Fermo e presidente della Delegazione AIF (Associazione Italiana Formatori) delle Marche – ma senza dimenticare quella tecnica e gestionale. Pertanto sono questi gli ambiti in cui c’è una maggiore ricerca di personale”.

Dunque, rispetto i settori da lei citati, quali sono le specificità entrate a far parte di questo nuovo mercato del lavoro?

“Per il commerciale si cercano figure in grado di favorire e sviluppare la relazione con i clienti, con forte propensione al mondo del social e della creazione di relazioni; tra le figure in ambito tecnico spiccano tutte quelle che hanno a che fare con l’analisi e lo sviluppo di applicativi SW con forte propensione al mondo del web. Infine per le figure in ambito gestionale sono ancora molto ricercati i responsabili in ambito operations e logistica”.

Gli anni 2000 dovevano essere quelli della comunicazione. Eppure i laureati in queste materie faticano non poco ad inserirsi. Come mai?

“La comunicazione è una competenza, forse la più importante, per qualsiasi tipo di occupazione anche di natura tecnica o scientifica. E mi chiedo ancora perché nel nuovo millennio nelle nostre università non sia presente un modulo di comunicazione in tutti i corsi di laurea, perché non esistano opportunità di sviluppare i principi della comunicazione e della costruzione delle relazioni interpersonali se poi nel mondo del lavoro proprio queste sono le capacità più richieste ad un manager o a qualsiasi altra figura di responsabilità. Pertanto è evidente che esistano delle difficoltà per i laureati in discipline umanistiche anche se caratterizzate da approfondimenti e studi specialistici in ambito comunicazione, proprio perché in azienda non c’è bisogno di esperti solo di comunicazione, ma di tecnici e gestionali che sappiano fare della comunicazione lo strumento privilegiato per la gestione delle persone e dei gruppi di lavoro”.

Si fa un grande uso di acronimi in lingua inglese per definire ruoli a cui, un tempo, davamo nomi italiani. Perché questa tendenza?

“Personalmente nutro una certa avversione per chi abusa dei termini inglesi, soprattutto quando ne esistono, nella nostra lingua, che spiegano bene il significato di ciò che si vuol dire. Resta inteso che alcuni termini inglesi hanno la loro efficacia. Ma si tratta, più che di una tendenza, quasi di una moda che riflette, però, secondo me anche una scarsa capacità di saper comunicare e di farsi capire. Se riempiamo di termini inglesi un colloquio o una discussione, molte volte vuol dire che ci mancano argomenti per farci capire dai nostri interlocutori”.

Il digitale, i social network, il web in generale, possono essere delle valide nuove opportunità lavorative?

“Il futuro del lavoro, a proposito di termini inglesi, sarà sempre di più “smart”. E tutto ciò che si muove lungo la rete può favorire questa forma di lavoro. Non dobbiamo pensare quindi che si tratti di una scappatoia, ma di un ambito che offre grandi opportunità soprattutto in un mondo dove chi non è connesso avrà sempre più problemi a costruire relazioni e sviluppare affari. Però, come dicevo, occorre essere preparati e formarsi adeguatamente. La facilità con cui si accede a queste nuove forme di tecnologia e di comunicazione infatti può far pensare che lavorare in questo ambito sia semplice e che non servano competenze specifiche. In realtà non è così, e ciò è dimostrato da chi ha costruito la propria fortuna dietro a nuovi business in questo ambito e che ha dovuto definire e sviluppare delle di strategie ben precise”.

Quali sono le caratteristiche individuali meglio valutate in ambiente di lavoro?

Oggi i candidati vengono sempre di più valutati per le capacità trasversali piuttosto che per quelle tecniche. O meglio, queste ultime si danno per scontate per studenti provenienti da facoltà tecniche. È la loro capacità di risolvere problemi, di gestire situazioni complesse, di identificare soluzioni creative, di saper gestire efficacemente le relazioni di cui si tiene sempre più conto. Personalmente poi aggiungo tre caratteristiche che mi capita molto spesso di ricercare in un potenziale candidato: la curiosità, l’umiltà e la creatività. Curiosità perché è l’atteggiamento che consente di porsi in ascolto e di osservare con interesse, di comprendere e di capire meglio cosa succede e come funzionano le cose, di andare oltre agli aspetti banali e scontati. Umiltà perché è indispensabile per mettersi in relazione con l’altro e con il gruppo, che ci permette di non dare per scontate le cose, che non ci chiude le possibilità e ci fa vedere le opportunità. Infine la creatività perché ci aiuta a vedere le cose sotto una luce nuova e diversa, ci fa approcciare ai problemi con maggiore ottimismo e ci aiuta a non fermarci di fronte alle prime difficoltà”.

Il nostro Paese è al passo con la formazione professionale rispetto al resto d’Europa e rispetto ai mercati emergenti dove molte aziende italiane intendono rivolgersi?

“La formazione professionale in Italia si ritrova ad affrontare aspetti critici sia di merito, che di metodo. Di merito perché le tematiche e gli argomenti affrontati, e in generale i contenuti, sono spesso molto lontani da quelli effettivamente richiesti dalle aziende. Si riscontra, a volte, una grande carenza in chi progetta i corsi, perché non si parte da un’analisi del fabbisogno formativo specifico, ma da richieste troppo generiche e spesso poco approfondite. Di metodo, perché la lezione frontale rimane una delle forme ancora oggi più utilizzata, ma che ha ormai segnato il passo. Bisognerebbe spingersi anche in questo senso verso forme di didattica più innovative e coinvolgenti”.