Breve viaggio tra le parole chiave ed i saperi che costituiscono la base sociologica della Facilitazione.

La Facilitazione dei gruppi, arte o mestiere, è una tecnica che suggerisce nuove metodologie e diverse visioni del lavoro comune, in un qualsiasi contesto. Aziendale o associativo, comunque collettivo.
Una metodologia che parte da lontano da una nuova visione sociologica del lavoro e delle aggregazioni umane.
Il nucleo cognitivo fondante della Facilitazione nasce negli anni del secondo dopoguerra, grazie alla critica economica e sociologica al fordismo; in particolare dalla considerazione che il capitalismo sfrenato, dilagante negli Stati Uniti e via via in tutto l’Occidente, portava non solo ad una alienazione dell’essere umano e ad un depauperamento delle risorse naturali ma che distruggeva la possibilità di una crescita armonica dei sistemi umani.
In altri termini, con un approccio puramente materialistico, si negava la Crescita del potenziale umano; per Uomo si intende non solo l’operaio o l’impiegato, ma una qualità dei rapporti sociali ed economici basati su fredde logiche meccanicistiche; metodi poi contestati aspramente con la crisi prima sociale e poi sindacale, prima economica e poi a seguire ambientale.
Anche da questi presupposti che nasce il pensiero di Carl Rogers, psicologo ed innovatore.
Alla base della comprensione della psicoterapia rogersiana, vi è la Visione dell’uomo e della donna, i quali in quanto persone, nella loro evoluzione seguono la via dell’autonomia e della interconnessione.
E’ la fiducia nella forza motivazionale, che opera in modo costruttivo, a spingere le persone a cercare e creare relazioni produttive e soddisfacenti.
Da qui nasce un assunto fondante per la facilitazione dei gruppi: la Trasparenza, la necessità di rendere evidente un percorso di condivisione delle azioni, per affrontare almeno in parte, la naturale zona d’ombra delle incomprensioni e dei conflitti umani.
Altro assunto è la Partecipazione: il significato di un gruppo si fa vero, solo grazie al contributo vero e proattivo di ciascuno; ognuno è sempre più chiamato a contribuire, a sporcarsi le mani, ad essere parte.
Questi concetti che ci sembrano chiari, oggi, solo qualche decennio fa erano oscuri nella gestione delle Risorse Umane; concetti in verità ancora tutti da conquistare nella realtà di tutti giorni, ma oggi senz’altro più vicini e comprensibili.
E poi arrivano gli Anni Ottanta con l’introduzione del Team building; è in questa area cognitiva che nascono le tecniche di gestione dei gruppi, la conoscenza dei conflitti, la predominanza della leadership e della psicologia al servizio del gruppo.
Creazione e Gestione di un gruppo però, che rimane ancorata ad una visione tecnicistica, orientata verso una competizione spinta e ad un certo innamoramento della leadership, affascinati dalla chimera splendente della Comunicazione che conquista mercati e fatturati.
Visione non sempre sbagliata però, perché iniettava alcune logiche importanti come la Meritocrazia, la (sana) efficienza ed una prima logica di Sistema che mette insieme e collega, fattori molto complessi.
Per arrivare infine ad Edgar Morin ed alla sua”Riforma del pensiero”: grazie alla sua opera si afferma la necessità di una nuova conoscenza che faccia tramontare la separazione dei saperi presente nella nostra epoca e che sia capace di educare formatori, manager ed esperti di R.U. alla importanza della Complessità.
Da qui si giunge in questo piccolo viaggio, alla Visione olistica della Facilitazione dei gruppi, ossia una Visione sociologica complessa, che pur distinguendo l’aspetto individuale da quello collettivo, l’efficienza dall’efficacia, il risultato dalla partecipazione, si pone lo scopo di superare queste differenze.
Un lavoro di gruppo che diventa Armonia tra posizioni contrapposte, bisogni diversi in un risultato che porta sia fatturati aziendali che soddisfazioni individuali.