club-economia-e-fIl Fondo Monetario Internazionale, dopo la Brexit, ha rivisto al ribasso le stime di crescita mondiale, portandole al + 3,1%, la stessa percentuale dello scorso anno.

Migliori le prospettive per il 2017, con una previsione del + 3,4%.

Al suo interno, e limitandoci alle principali economie, gli Stati Uniti cresceranno quest’anno circa del 1,6%, l’area Euro del 1,7%, la Cina del 6,7% (Cina che, è giusto ricordarlo, sta attuando un proprio specifico piano strategico quinquennale e che, quindi, non dovrebbe destare alcuna reale preoccupazione su un suo eventuale stato di crisi).

Le principali turbative alla crescita trovano origine, oltre che dalla ricordata Brexit, dall’andamento al ribasso delle materie prime, con particolare riguardo al petrolio, che ha creato una forte contrazione della domanda interna dei Paesi produttori.

Altri elementi di instabilità provengono, per l’Europa dal fenomeno dell’immigrazione e da una importante diversità di vedute sulle leve della crescita europea (l’Unione Europea ha una moneta unica, ma non una politica economica altrettanto coesa e omogenea), per gli Stati Uniti dalle elezioni presidenziali, con una campagna elettorale particolarmente aspra.

Ma c’è un altro grandissimo elemento di turbativa dei mercati e della crescita, di cui si preferisce non parlare, tanto meno di tenerne conto, forse per un consapevole senso di impotenza: i derivati.

Se qualcuno ritiene che il fenomeno appartenga solo all’area finanziaria, limitando e contendo solo in quell’ambito gli effetti, allora vuol dire che non si è tenuto in alcun conto di quanto avvenuto a livello mondiale dal 2007 in poi, le cui conseguenze sono ancora oggi presenti.

Un dato su ogni altra considerazione: il volume dei derivati, nella sola Europa, è stimato in circa 160.000 miliardi di euro, pari a circa cinque volte il PIL annuale della stessa area.

 

Per meglio comprendere gli scenari futuri, sono tre, quindi, i treni su cui l’economia mondiale può contare, che sviluppano singolarmente il seguente PIL su base annua:

 

  • USA oltre 18.000 miliardi;
  • Cina oltre 11.000 miliardi;
  • Area Euro oltre 19.000 miliardi complessivamente

 

Le dinamiche delle economie Americana e Area Euro, sono facilmente rilevabili: gli USA hanno ormai intrapreso un cammino virtuoso consolidato che li porterà a crescere nel 2017 intorno al 2,2%; l’Europa, soprattutto grazie al quantitative easing, dovrebbe superare la stessa soglia USA.

 

Meno decifrabile, anche perché si tende a fare molta confusione, la crescita della Cina.

Innanzitutto la moneta cinese, lo Yuan, dallo scorso settembre è entrato nel paniere del FMI. A dicembre, poi, si discuterà della possibilità di attribuire alla Cina lo status di Economia di Mercato, con inevitabili “effetti” negli scambi commerciali e nei dazi.

La Cina rappresenta un modello di sviluppo molto particolare che si basa su di una precisa pianificazione economica, tipica dei Paesi Comunisti, realizzata però con principi capitalistici.

In questo periodo, con molto rigore, sta attuando l’ultimo piano quinquennale 2016 – 2020, che prevede un’economia trainata dai consumi interni più che dalle esportazioni e dagli investimenti.

I leader Cinesi, in sostanza, pensano di costruire una società “moderatamente prospera”, con un importante obbiettivo di almeno raddoppiare il volume del PIL del 2010 (circa 6.000 miliardi di dollari) entro il 2020.

Per raggiungere tale importante obiettivo, quindi, la crescita del PIL annuale deve essere pari al 6,5% minimo, con un massimo del 7%.

Questa strategia consentirà di passare da uno sviluppo “sbilanciato, non coordinato e insostenibile”, ad un altro concetto di sviluppo “verde, sostenibile e innovativo”

In definitiva, il piano quinquennale, assolutamente in fase di puntuale realizzazione, prevede sempre più produzione e consumo interni, infrastrutture e maggiore qualità della vita.

Il calo dell’export è paradigmatico del cambiamento del modello di sviluppo. Ma attenzione, la Cina nel contempo ha chiuso anche i rubinetti di certi prodotti dall’estero, con un “protezionismo” per certi versi molto più duro, con un import che si sta contraendo del 14% (-12%) per l’Italia.

Per cui, le notizie sulla presunta crisi del modello cinese sono sostanzialmente infondate, o fornite da fonti non debitamente informate, o sono quanto meno mirate a creare ad hoc delle oscillazioni borsistiche.

Per la Cina nessun allarme, tutto sta procedendo secondo quanto previsto nella loro pianificazione.

In Italia, per un imprenditore che apra una finestra sul mondo, questo è il quadro internazionale che gli si presenta, di cui deve tener conto qualsiasi sia il suo settore di attività economica, al fine di cogliere tutte le grandi opportunità, contendo o annullando le minacce.

Di che cosa ha bisogno: innanzitutto, di un quadro politico stabile sia europeo (la sola stabilità monetaria della moneta unica non può essere sufficiente se manca una “politica unica”) che Italiano (se la Cina riesce a pianificare e attuare piani quinquennali, lo Stivale è capace di alternare diversi governi nello stesso lasso temporale, con tutte le conseguenti discontinuità economiche e normative). In assenza di tale continuità, non si può programmare una strategia di lungo periodo indispensabile e fondamentale per il mercato globale.

Ha bisogno, in particolare, oltre che di affinare le sue doti imprenditoriali, con umiltà, senza, mai pensare di essere ad un traguardo, ma sempre su di una linea di partenza di una crescita politica, sindacale, sociale, oggi perfino ambientale.

Di soldi? No, per quanto possa suonare assurdo, di questi ce ne sono anche troppi, mancano invece imprenditori idonei per i nuovi tempi, con una buona strategia e con progetti vincenti.

Nessuna banca si tirerà mai indietro se chiamata a finanziare progetti, e quindi il futuro, se questi sono sensati, completi, solidi, lungimiranti. Le banche sono lì esattamente per questo.

 

Giuseppe Barchiesi

Club Economia e Finanza Sida Group