La fotografia della situazione delle aziende che compongono il sistema economico italiano si presenta caratterizzata da una destrutturazione a livello patrimoniale, finanziario ed economico, nonché organizzativo.

Patrimoniale
Una capitalizzazione (netto patrimoniale) fortemente ridotta, in alcuni casi inesistente, incapace di attivare un ulteriore approvvigionamento di mezzi di terzi, necessari a sostenere investimenti di ristrutturazione e/o sviluppo.
Il fenomeno si è prodotto a seguito delle perdite che si sono accumulate negli anni 2008-2012, oltre che delle perdite di valore degli attivi immobilizzati e circolanti. Gli immobili hanno perso di valore e le immobilizzazioni immateriali altrettanto, in quanto non risultano più funzionali, a seguito della perdita di valore aziendale. Alla difficile situazione prospettica concorre anche un contesto dove la solvibilità, relativa a dilazioni di pagamento (crediti verso clienti), si è fatta particolarmente precaria, accanto ad un sistema del credito diffidente ed  incapace, per sua necessità e per problemi propri, di appoggiare la funzione di sostegno all’economia reale.

Finanziario
Un assetto finanziario destrutturato, dove i mezzi di terzi rappresentano un peso rilevante sulla composizione delle fonti: ciò si traduce in costi economici dell’approvvigionamento talvolta insostenibili, con una conseguente perdita di potere contrattuale nei confronti di fornitori, banche e creditori vari, con conseguenti maggiori costi dei fattori della produzione ed ulteriore pregiudizio a livello di struttura economica. L’insolvibilità del sistema economico crea squilibri e pressioni negative, con difficoltà sulla gestione della tesoreria a breve, producendo disorientamenti sulle efficienze operative aziendali.

Economico
La caduta della domanda, la rigidità dei costi del lavoro e degli altri costi fissi di gestione non più adeguati alle nuove configurazioni dimensionali e strutturali, la pressione fiscale (imposte dirette e indirette) non correlata all’entità dei nuovi risultati economici, nonché le difficoltà di approvvigionamenti a costi più elevati, producono una gestione soffocata con forti tensioni sulla liquidità che comprimono il processo di generazione di risorse.
Il volume, in termini di entità del valore prodotto, si è fortemente ridotto e talvolta risulta insufficiente a coprire l’entità rigida dei costi fissi. Laddove si producono risorse, queste sono assorbite dalla pressione dei costi finanziari e dei costi fiscali. Le aziende hanno perso la capacità di generare quelle risorse atte a sostenere le risposte alla ristrutturazione, quindi alle imprese e agli investimenti. Le manovre adottate in tema di compressione del costo del lavoro e degli altri costi fissi e il blocco dei processi di miglioramento e di investimenti organizzativi (ITC, informatizzazione e automatizzazione dei processi) hanno depauperato il potenziale organizzativo riducendolo all’essenziale, con conseguente debole capacità di sostenere l’eventuale rilancio dello sviluppo organizzativo. In sintesi: una situazione fortemente precaria in cui si ritrova non meno dell’80 per cento delle aziende (a questo proposito non dimentichiamo che il 94 per cento del tessuto industriale italiano è fatto di piccole e medie aziende).
Uno stato di pre-decadenza. Non se ne può uscire se non adottando manovre esperte di ristrutturazione e risanamento.
Servono robusti sostegni da parte della mano pubblica, diretti a favorire i processi di ricapitalizzazione attraverso la riduzione della pressione fiscale e la realizzazione della flessibilità del lavoro.
E’ necessario favorire la ripresa del flusso di generazione di risorse, dirette ad incrementare il patrimonio e quindi a costituire fonte per il riavvio dei processi di investimento e di miglioramento organizzativo. La ripresa della domanda avrà scarso effetto sulla ripresa della redditività in un organismo che presenta caratteri di asfissia. Se vi sarà ripresa, questa sarà molto lenta e non sarà priva di ulteriori sacrifici e ulteriori distacchi.
Le determinanti dell’investimento aziendale sono quasi azzerate e non sono più capaci di attivare processi di ricapitalizzazione e di crescita. Le motivazioni all’investimento in capitale di rischio negli attuali contesti aziendali sono inibite.
Il processo presenta una prognosi ancora di deterioramento. Servono sostegni e assistenza per recuperare il recuperabile, ma soprattutto per non buttare l’avviamento e l’esperienza accumulata con tanto sacrifico da imprenditori e da aziende. A fronte di questa prospettiva
naturale e apocalittica non c’è qualche speranza? Ci sarebbe una seconda strada, quella della finanza alternativa.
In Europa l’approvvigionamento al credito tradizionale rappresenta il 50 per cento delle fonti aziendali, in Italia l’80 per cento.
In Cina lo sviluppo industriale e del Pil è stato sostenuto nell’ultimo decennio per più del 50 per cento dalla finanza alternativa (shadow banking o “finanza ombra”), che agisce sia a livello di capitalizzazione che di finanza per il circolante. Esistono però due fattori che devono coincidere affinché si possa utilizzare questa strada. Lo Stato deve intervenire sui processi di utilizzo attraverso la semplificazione procedurale e con sostegni, sia finanziari che burocratici.
Gli imprenditori devono fare un salto di mentalità, sottoporsi ad uno shock culturale, accettare la situazione e affrontare gli inevitabili e straordinari processi di ristrutturazione, mettendosi leggermente da parte e lasciando più spazio a manager e consulenti esperti di questi nuovi processi e capaci di gestire situazioni di cambiamento, sempre che anche questi ultimi siano all’altezza. Una terza via è quella di competenza politica: l’uscita dall’euro con una svalutazione da cui può derivare la ripresa del ciclo economico attraverso l’espansione della domanda estera e interna; ciò avrebbe un effetto di acceleratore sia sulla crescita  del Pil, che sullo sviluppo aziendale e sulla riduzione della disoccupazione.

 

Flavio Guidi
Fondatore del Gruppo Sida