La scarsità di credito bancario frena gli investimenti e la crescita. Serve nuova finanza per le imprese, insieme a interventi diretti a sbloccare il circolo vizioso credit crunch – recessione. Il fabbisogno finanziario per maggiori investimenti delle imprese può essere stimato in 90 miliardi in cinque anni. Questi nuovi finanziamenti vanno trovati aprendo canali alternativi a quello bancario, da tempo individuati ma mai diventati realmente efficaci.

Bisogna superare i tradizionali limiti di accesso delle aziende italiane ai mercati.

Maggiori risorse devono venire dal capitale proprio delle imprese.
Ciò richiede il rilancio di vari strumenti. La crisi ha frenato in Italia lo sviluppo del mercato del private equity,
importante per le Pmi che non accedono alla Borsa. Anche l’espansione degli strumenti ibridi di capitale, come il mezzanine finance, va rilanciata. Le emissioni di obbligazioni corporate sono limitate alle grandi aziende e di recente poche sono riuscite a raccogliere fondi per importi significativi: bisogna sostenere tale mercato e farvi accedere anche le Pmi, sfruttando i nuovi mini bond.
È necessario far ripartire le cartolarizzazioni, con- centrandosi su quelle relative ai prestiti alle piccole e medie imprese.
Bond di distretto e finanza delle reti di impresa sono strumenti utili e ancora poco sfruttati. Il maggior ricorso delle aziende italiane ai canali di finanziamento alternati vi trasformerà nel medio-termine anche il rapporto banca-impresa.
Attraverso rating più alti, contribuirà a far rifluire il credito. Prezioso il ruolo che possono giocare Confidi, Fondo Centrale di Garanzia e CDP nel sostenere l’accesso al credito con la concessione di garanzie.
In particolare, il Fondo Centrale di garanzia per le Piccole e Medie Imprese (Pmi) è stato istituito con la Legge n.662/96 (art. 2, comma 100, lettera a), ed è operativo dal 2000. La sua finalità è quella di favorire l’accesso alle fonti finanziarie delle Pmi mediante la con- cessione di una garanzia o di una controgaranzia pubblica che si affianca e si sostituisce alle garanzie reali prestate dalle imprese. Rivolgendosi al Fondo centrale di Garanzia, pertanto, l’impresa non ha un contributo in denaro, ma ha la concreta possibilità di ottenere dei finanziamenti senza garanzie aggiuntive sugli importi garantiti dal Fondo.
Secondo le ultime rilevazioni, circa il 99 per cento delle imprese ha avuto accesso al finanziamento con la copertura del Fondo Centrale in assenza della presentazione di garanzie reali. Il meccanismo di funzionamento del Fondo genera un importante effetto leva, in grado di agire da moltiplicatore delle risorse pubbliche, per cui risulta essere uno strumento di politica industriale efficace che presenta un rapporto costi/benefici superiore a qualsiasi altra agevolazione: con un euro di dotazione del Fondo, al sistema imprenditoriale arrivano 16 euro.
È inoltre un fondo rotativo, che si alimenta autonomamente per effetto del graduale rimborso dei finanziamenti e in grado di garantire un numero elevato di imprese.
Essendo il tasso di default pari a circa il 2 per cento del totale delle operazioni, la maggior parte dei fondi destinati alla copertura della garanzia rientrano e possono essere messi a disposizione di altre imprese.
I soggetti beneficiari finali, ai quali viene concessa la garanzia o la controgaranzia pubblica, sono le piccole e medie imprese (così come definite dalla normativa europea), comprese le imprese artigiane, presenti sul territorio nazionale, economicamente e finanziariamente sane e appartenenti a qualsiasi settore, ad esclusione dei settori ritenuti “sensibili” dall’Unione Europea.
I criteri per valutare che le Pmi siano finanziariamente ed economicamente sane, modificati nel mese di novembre del 2009, sono calcolati in modo da mantenere il tasso di default basso e permettere alle imprese sane,
in difficoltà a causa del difficile periodo congiunturale, di poter accedere allo strumento.

 

Alessandro Stecconi

Divisione Corporate Finance