Il requisito dimensionale dell’azienda è diventato negli ultimi anni il criterio scriminante in ordine alla possibilità di intervenire anticipatamente, con strumenti ad hoc, su un’impresa in crisi, allo scopo di operare il salvataggio della stessa.
Nel 2006, infatti, è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il D.lgs n.5 del 9 gennaio 2006, normativa che ha spinto gli ”addetti ai lavori” ad una vera e propria “riforma copernicana” che pone l’Italia al passo con l’Europa, in tema di procedure concorsuali.
L’art. 1 della nuova legge fallimentare stabilisce, infatti, che devono essere considerati piccoli imprenditori gli esercenti un’attività commerciale in forma individuale o collettiva che abbiano realizzato investimenti in azienda non superiori a 300.000 euro e ricavi lordi non superiori ai 200.000 euro negli ultimi tre esercizi o dall’inizio dell’attività, se di durata inferiore. I limiti indicati nel richiamato art 1 così riformato possono essere aggiornati ogni tre anni con decreto del Ministro della giustizia sulla base della media delle variazioni degli indici Istat dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati intervenute nel periodo di riferimento. Come sottolinea la Relazione illustrativa alla riforma, “si è inteso risolvere nel senso dell’esclusione la vexata quaestio concernente la fallibilità delle piccole società commerciali”.
La riforma prevede anche la disciplina degli effetti del fallimento della società su eventuali patrimoni e finanziamenti destinati. L’introduzione di queste due figure – con la riforma del diritto societario del 2003 – aveva evidenziato numerose difficoltà di coordinamento con la disciplina fallimentare. Difficoltà rappresentate non solo dalla problematica configurazione di una procedura concorsuale autonoma per i patrimoni destinati (sostenuta da autorevole dottrina), ma anche dall’esigenza di completare la lacunosa disciplina codicistica relativa agli effetti del fallimento della società sulle entità patrimoniali separate e sui finanziamenti destinati. La riforma del 2006 è stata poi oggetto di numerosi, seppur limitati ad alcune norme della legge fallimentare, interventi legislativi successivi. Uno dei più importanti è costituito dalla Legge n. 134 del 7 agosto 2012.
L’art. 33 di tale provvedimento modifica alcune norme della Legge Fallimentare e ne introduce di nuove, intervenendo in prevalenza sulla disciplina del concordato preventivo e degli accordi di ristrutturazione. I potenziamenti riguardano, oltre ai tre già conosciuti strumenti per la gestione negoziale (piano attestato, accordo di ristrutturazione, concordato preventivo) un’ulteriore sotto-figura inedita, ovvero il cosiddetto “concordato in continuità”, in modo da favorire la continuità aziendale implementando la protezione del patrimonio del debitore e la possibilità di finanziare l’impresa in crisi. Le nuove previsioni, secondo l’intenzione del legislatore, avrebbero: a. da una parte, la finalità di permettere alle imprese in crisi un accesso più rapido alle procedure di risanamento, consentendo tra l’altro l’accesso a nuovi mezzi finanziari e garantendo talune tutele già nella fase preliminare di negoziazione con i creditori; b. dall’altra, l’intenzione di garantire maggior rigore (con correlate sanzioni anche penali) in materia di attestazioni del professionista.
La normativa, anche al fine di contenere se possibile i costi per le società che debbono intraprendere il processo di ristrutturazione, prevede inoltre (art. 182-sexies L.F.) che dalla data del deposito del ricorso per l’ammissione al concordato preventivo ovvero dalla domanda per omologa dell’accordo di ristrutturazione e sino all’omologazione della stessa, non si applichino le disposizioni del codice civile relative alle cause di scioglimento della società per riduzione del capitale sociale per perdite oltre il terzo ovvero al di sotto del limite legale (articoli 2446, commi secondo e terzo, 2447, 2482-bis, commi quarto, quinto e sesto e 2482-ter del codice civile). Per lo stesso periodo non opera la causa di scioglimento della società per riduzione o perdita del capitale sociale di cui agli articoli 2484, n. 4 e 2545-duodecies del codice civile.
Rimane comunque impregiudicata, per il periodo anteriore al deposito della domanda di concordato o della proposta di accordo, l’applicazione dell’articolo 2486 c.c., in relazione ai poteri degli amministratori nel periodo compreso tra il verificarsi di una causa di scioglimento e la nomina dei liquidatori.
Sempre in un’ottica di conservazione dell’impresa va interpretata la previsione che introduce anche dei vantaggi di carattere fiscale. In primo luogo si stabilisce l’esenzione dalla tassazione delle sopravvenienze attive dipendenti dalle riduzioni dei debiti dell’impresa per effetto del concordato o dell’accordo di ristrutturazione dei debiti (ai sensi del novellato art. 88 del D.P.R. n. 917/86); quindi si prevede la possibilità attribuita al creditore di portare in deduzione le perdite su crediti se il debitore è assoggettato a procedure concorsuali, tra cui dev’essere incluso anche l’accordo di ristrutturazione dei debiti omologato (ex art. 101, comma 5, del D.P.R. n. 917/86, come riformato).

 

Gerardo Sallustro
Area Legale Gruppo Sida