I contratti derivati sono strumenti finanziari che si caratterizzano per il fatto di “derivare” la loro efficacia, normalmente lo scambio di flussi monetari tra i contraenti, dal verificarsi o meno di un evento, ovvero dall’avverarsi di una condizione che viene denominata “sottostante”. Questo può essere rappresentato da una merce o da un indice finanziario su indici diversi, comunemente di cambio e di Borsa.

L’origine di questi strumenti, contrariamente a quanto si possa pensare, è molto antica ma lo sviluppo su larga scala risale alla prima metà del 1800, quando vennero costituite le Borse per gli scambi sulle materie prime fondamentali dell’epoca, e cioè, il cotone ed il grano.

I produttori di queste “commodities” vendevano i raccolti futuri ad un prezzo prestabilito, normalmente in cambio di un anticipo che consentiva loro di provvedere economicamente alle necessità correnti, alle spese di impianto e a tutte le incombenze tra un raccolto e l’altro.

Si trattava di contratti molto semplici, definiti “futures” ma la loro diffusione, come accennavo prima, richiese ben presto l’adozione di una precisa regolamentazione che individuava nelle Borse, cito per tutte il Chicago Board of Trade, il luogo nel quale questi contratti venivano stipulati, scambiati e incassati.

Probabilmente, fu chiara già allora alle autorità competenti la possibilità che in questi contratti la connotazione speculativa prendesse il sopravvento sullo scopo “assicurativo”, a causa, sia della posizione di debolezza nella quale poteva essere costretta a negoziare una delle controparti, normalmente il coltivatore/produttore, sia per il fatto che i derivati diventavano oggetto di scambio ai fini speculativi tra i soggetti più diversi.

Ma tanta lungimiranza non sembra aver caratterizzato l’azione del legislatore e, soprattutto, degli enti preposti ai controlli, sull’ulteriore sviluppo e la massiccia diffusione dei derivati a partire dagli anni ’90.

In effetti, alla fine del secolo scorso i derivati, dapprima utilizzati quasi esclusivamente per operazioni di copertura del rischio, assumono le caratteristiche di una vera e propria scommessa ed il “sottostante” non è più una merce ma un indice, una valuta o, addirittura, il risultato di una combinazione matematica di difficile comprensione e, perfino, le condizioni meteorologiche di una determinata zona in un determinato periodo futuro.

All’origine della grave crisi economica e finanziaria, il cui inizio solo per consuetudine si tende a collocare nell’anno 2008 mentre le radici sono molto più profonde, vi è senz’altro la proliferazione incontrollata del mercato dei derivati e la vendita scriteriata a tutti messa in atto da banchieri avidi e senza scrupoli.

Il collegamento con l’economia reale si dissolve e si inventa di sana pianta un’economia “di carta” che coinvolge privati, imprese ed enti pubblici.

L’obbiettivo dichiarato, nella maggior parte dei casi, è quello di fornire a questi soggetti, titolari di posizioni a debito nei confronti del sistema bancario, una copertura in caso di aumento dei tassi di interesse: il più delle volte, però, il contratto stipulato non ha alcuna attinenza con le caratteristiche economiche e finanziarie del soggetto contraente, con i flussi finanziari della sua attività, con la sua capacità futura di onorare gli impegni.

Inoltre, nel caso dei tassi di interesse, la scommessa, perché di questo si tratta, si rivela un boomerang e ben presto i guadagni preventivati si trasformano in esborsi crescenti in misura tale da causare, talvolta, il default del contraente.

Addirittura, si sviluppano a macchia d’olio, i cosiddetti CDS – Credit Default Swap, contrati derivati che dovrebbero fornire copertura in caso di insolvenza del debitore ma che, in effetti, scommettono proprio sul fatto che il debitore non paghi.

Senza alcun controllo, e con migliaia di cause in tribunale, i derivati contribuiscono a dissestare l’economia mondiale ma la cosa peggiore è che nulla è stato fatto per porre fine ad un meccanismo tanto perverso quanto letale.

Attualmente, infatti, il valore dei derivati in circolazione sembra essere superiore a dieci volte il PIL mondiale e costituisce la più grave minaccia non solo sullo sviluppo economico futuro ma addirittura sulla stabilità sociale del pianeta, soprattutto per la difficoltà di quantificare correttamente il loro valore e la leva finanziaria che eleva potenzialmente il rischio..

Difatti, sono molte le banche internazionali che hanno nei loro bilanci quantità enormi di derivati la cui valutazione viene fatta secondo modelli interni di ciascuna banca, non essendo questi strumenti quotati nei mercati regolamentati. L’applicazione di regole più severe ed uguali per tutte le banche, vedi Basilea 4, potrebbe costringere molti colossi del credito a valutazioni più prudenti facendo emergere, con sufficiente certezza, perdite ingenti ed il conseguente avvio di aiuti di stato, al fine di disinnescare un imprevedibile “effetto domino”.

Per intenderci, con un esempio purtroppo attuale, possiamo paragonare il problema dei derivati a quello della faglia di San Andreas in California: nessuna sa quando né come, ma prima o poi il Big One, quello sismico e quello finanziario, arriverà e sarà devastante.

Trovare il rimedio non sarà impresa facile per governi e banchieri centrali ma, in compenso, circolano teorie e soluzioni tra l’agghiacciante e l’esilarante per suffragare le quali vengono utilizzate, spesso in maniera distorta, teorie e dichiarazioni di autorevoli esponenti dell’economia mondiale. Ma di questo parleremo un’altra volta.

Alessandro Scarlato

Club Economia e Finanza Sida Group