In inglese la frase sarebbe suonata molto più accattivante: l’espressione “…is a state of mind” fa tanto “effetto film” e arriva sicuramente prima e meglio, ma il succo non cambia (vero?): prima si cambia mentalità, prima si diventa il cambiamento. Per ora, lo stiamo solo subendo e, a conti fatti, si direbbe una strategia pessima

Governance e sistemi organizzativi, capitale umano, innovazione: da dove cominciare? Da tutto. Tanto nel parlarne
quanto nell’attuarli.
Le varie tematiche sono state oramai tri- tate, masticate, digerite (male, malissi- mo), rigettate, rimasticate,
e così via. Ed in effetti lo stesso disgusto di sottofondo che si può provare leggendo questa mia metafora lo si può sentire distintamente guardandosi attorno: sono passati sette infiniti anni di crisi nera e ancora siamo nella fase in cui si inizia a dibattere sulle soluzioni, senza ovviamente mai lasciare in secondo piano gli scontri ideologici, la propaganda politica, l’opportunismo individuale, l’attaccamento alle abitudini.
Quindi il problema a me si è posto nel momento stesso in cui mi è stato chiesto di scrivere (ancora) alcune righe sull’argomento: non manca di certo la mia fiducia nelle linee editoriali, e devo dire che grosso modo, dato il mio mestiere, non è ancora venuta meno neanche la mia spinta motivazionale per cercare, nel mio piccolo, di quadrare questa infinità di cerchietti e cerchiacci che troviamo sistematicamente in giro; il fatto è che inizio a chiedermi se c’è gente che ha davvero voglia di cambiare, ma so- prattutto di prendersi la responsabilità del cambiamento. Già, perché fino ad ora è stato il cambiamento a cavalcare noi, come tante scorbutiche ma remissive bestie da soma. Allora mi domando fin dove si debba arrivare per capire che è ora di fare qualcosa che fino a questo momento ci è riuscito poco: smettere di cercare di avere ragione (su chi, poi?) e pensare a cosa fare qui e adesso per migliorare. Investire nella formazione, pensare ad una profonda revisione del modello organizzativo, riqualificare i profili aziendali, puntare sui giovani, rivedere i processi di governance, investire sull’innovazione (magari sfruttando non le strutture interne, spesso inesistenti o incolpevolmente inadeguate, ma i tanti laboratori esterni che stanno sorgendo tra i coworking space, le hacker room, gli incubatori), puntare su maggiori forme di efficienza, spostare l’asse della produzione e della comunicazione sulla qualità e sulla reputazione (non necessariamente in quest’ordine), visto che oramai il mercato di massa non è più un terreno di gioco consono alle nostre caratteristiche (da almeno 35 anni, ma facciamo finta che non l’ho detto), sfruttare i vantaggi territoriali e storici e finirsela di cercare di primeggiare sempre, comunque e ovunque,proteggere meglio la nostra immagine nel mondo. Come è possibile leggere qualcosa di nuovo in queste mie parole? Eppure…
Di conseguenza, mi viene semplicemente da dire una cosa: forse è il caso di mettere seriamente mano
alla nostra sfera di agio e rivedere da zero tutto il nostro approccio ai mercati, anche perché se aspettiamo una
riforma del lavoro e della fiscalità che ci faccia davvero piacere, da parte di qualsivoglia Governo, ho come l’impressione che rimarremo a prescindere in- soddisfatti.

Che dire? Non cerchiamo di farlo, convinciamoci di esserlo!

 

Michele Barchiesi

Area Strategia ed Innovazione