In Italia si legge poco? Chi lo pensa, alzi la mano, ma poi si affretti ad abbassarla, perché le cose non stanno proprio così. Forse, per via della crisi, si vendono meno libri e giornali, ma l’interesse per la lettura è ancora alto, soprattutto tra i giovani. Ciò che deve essere ancora scoperto, o almeno certificato, è che oggi si legge in modo diverso rispetto a qualche anno fa.

La diffusione di smartphone e tablet ha permesso di avere sempre a portata di mano qualcosa da leggere. Ciò ha favorito l’approfondimento delle notizie del giorno e la fruizione di vari tipi di contenuti. L’approccio di molti alla lettura è migliorato grazie alla possibilità di evidenziare, ingrandire, impaginare il testo. Le dimensioni limitate degli schermi hanno però portato l’utente a prediligere testi brevi e strutturati su più livelli di lettura. Questo anche grazie ai collegamenti ipertestuali che consentono di saltare da un argomento all’altro, anche senza una continuità logica.

Il diritto di leggere (e non leggere) a piacimento

Del resto, già nel 1992, cioè in tempi non sospetti, Daniel Pennac rivendicava il diritto di leggere (e di non leggere) un libro a piacimento, senza l’obbligo di seguire l’ordine prestabilito dell’opera, per saltare le pagine che sembravano noiose, rileggere le più belle o sbirciare il finale prima di esserci arrivati.

In un momento di così grande innovazione del panorama mediatico, l’interesse per gli elementi metaletterari sembra addirittura aumentato. Tuttavia, la predilezione per il formato mobile pare aver compromesso la popolarità dei tradizionali media cartacei, che stentano a mantenere il proprio mercato, anche a fronte di lettori affamati di storie e notizie. Questo non per motivi economici o sociali, bensì per la crescente difficoltà di libri e giornali di raggiungere il pubblico. In un momento storico in un cui una cosa, se non è su Internet, non esiste, è strano pensare che qualcuno, soprattutto un nativo digitale, esca di casa per comprare qualcosa che non conosce.

Il processo di migrazione dalla carta al byte è iniziato già da tempo, con grande sollievo dei pini della Svezia, che smetteranno di essere abbattuti per produrre carta, spesso definita straccia da critica e pubblico. La sensazione di editori e autori è di essere a metà del guado, perché molta strada deve ancora essere fatta per parlare di business. Il percorso non è in discesa, ma nemmeno in salita. L’impressione è che il voler restare aggrappati al supporto cartaceo come principale riferimento dell’attività mediatica sia come pretendere di fare ancora le foto col rullino o ascoltare musica col walkman a cassetta.

Gamification, ovvero fare cultura giocando

In certi casi, le nuove tendenze dell’intrattenimento elettronico sono venute in soccorso dei vecchi mezzi di comunicazione. Esemplare quello della gamification, termine forse poco noto alla massa ma assai caro a chi si occupa di marketing e formazione, che introduce l’applicazione degli stili e delle dinamiche propri dei videogiochi ad ambiti sia promozionali che didattici, per migliorare l’interazione col pubblico.

Per anni additati tra le cause principali dell’istupidimento giovanile, per i contenuti disimpegnati e talvolta violenti, i videogiochi sono oggi considerati, nelle loro declinazioni educative, formidabili strumenti di trasmissione di nozioni culturali, attraverso la riproduzione, virtuale ma molto realistica, di storie e scenari, in grado di far (quasi) toccare con mano all’utente ciò che deve apprendere, cosa che un libro non può fare.

Non bisogna poi dimenticare i casi in cui la tecnologia ha permesso di allargare il bacino di utenza dell’opera intellettuale. Molti disabili sono in grado di accedere ai contenuti di libri e giornali grazie ai computer, a cominciare dai ciechi che leggono con l’ausilio della sintesi vocale. Alla fine, basta poco per capire che le tecnologie sono qui per aiutarci a rendere la nostra vita più semplice, per non dire più umana, e che il futuro sarà scritto da chi ci arriverà per primo.

Marco Vallarino