Il consumo di olio d’oliva italiano, apprezzato nel mercato mondiale e nazionale per la qualità, le proprietà nutrizionali e terapeutiche, negli ultimi anni sta aumentando vertiginosamente, registrando una richiesta sempre maggiore soprattutto da parte di paesi non produttori.

A livello nazionale, il comparto olivicolo è un settore chiave, tanto da far registrare nel 2015 una produzione che si attesta essere circa 472 mila tonnellate, corrispondente a 3,151 mld di € di fatturato complessivo. Con la presenza di 825 aziende che coltivano olio e 1,07 milioni di ettari di superficie destinati alla coltivazione, 4.900 frantoi, 600 cultivar (varietà) di olive e 44 oli extravergini DOP e 2 IGP, l’Italia si presenta a livello mondiale come primo importatore, secondo produttore e secondo esportatore a livello mondiale dopo la Spagna (Piano settore olivicolo oleario, 2016).

Risulta essere il primo Paese importatore in quanto negli ultimi anni ha registrando un calo elevato della produzione di olio, sia per una concatenazione di eventi sfavorevoli che nel 2014 hanno colpito il settore oleario nazionale, sia per il fenomeno legato alla non raccolta, dovuto a costi di conduzione degli oliveti e di raccolta molto elevati. Questo fenomeno ha ridotto le disponibilità di olio italiano, rendendo perciò il settore molto dipendente dall’estero, dato che i frantoi necessitano di acquistare olio sfuso al fine di imbottigliarlo e venderlo come prodotto finale.

Inoltre, negli ultimi anni, l’Italia ha perso la propria leadership di mercato, poiché i competitori mondiali puntano a diminuire i costi di produzione, attuando strategie che permettono loro di offrire un prodotto molto competitivo in termini di prezzo. Tra queste strategie possiamo sicuramente individuare l’utilizzo, dei nuovi modelli di olivicoltura e l’introduzione di impianto intensivo e superintensivo, che, introdotti per primi nel mercato spagnolo, hanno fatto sì che la Spagna ottenesse il primato mondiale di produzione di olio nel 2015.

Gli oliveti intensivi sono caratterizzati da una concentrazione di piante per ettaro più elevata (mediamente 1750 pt/ha nel modello superintensivo contro le 300 pt/ha nell’intensivo), con conseguente resa di produzione maggiore. Inoltre permettono la completa meccanizzazione della raccolta che si traduce in un abbattimento del tempo di raccolta, della manodopera e ovviamente degli annessi costi di produzione.

Gli impianti intensivi permettono l’utilizzo di tutte le cultivar, richiedono terreni profondi e ben drenati e sono realizzabili sia su terreni pianeggianti che collinari fino a pendenze del 20-25%. La durata economica è pari a circa 30-40 anni e la produttività inizia dopo 3-4 anni, ma intorno i 7-10 anni si raggiungere la piena produzione con una quantità di olive per ettaro che varia da 60 a 120 quintali.

Per quanto concerne, invece, gli oliveti superintensivi, questi richiedono cultivar caratterizzate da basso vigore, chioma compatta, auto fertilità, precoce entrata in produzione, elevata produttività e resa in olio, maturazione uniforme dei frutti, resistenti all’occhio di pavone; può perciò essere impiantato un numero limitato di cultivar: l’Arbequina, l’Arbosana e la Koroneiki. Questi impianti necessitano di terreni profondi e ben drenati, terreni pianeggianti o con lieve pendenza (massimo il 15%), buone disponibilità idriche e ridotti rischi di possibili gelate. La vita economica dell’impianto raggiunge con difficoltà il 15° anno di età, ma a differenza dell’impianto intensivo, qui la produzione inizia già dal 2°-3° anno, con una produzione di 15-40 q/ha, 50-120 q/ha dal 3°-4° al 6°-7° anno, dopodiché si ha una riduzione delle produzioni a valori di 80-90 q/ha, mantenute fino alla fine del ciclo di vita.

Detto ciò, nasce spontanea una riflessione: in un mercato sempre più globale e competitivo, soprattutto dal punto di vista dell’innovazione di prodotto e di processo, l’Italia deve innovarsi e modificare i punti di debolezza che caratterizzano il settore allineandosi ai principali competitors, oppure risulterebbe più “redditizio” attuare strategie che puntino all’eccellenza e alla qualità contraddistinta dal Made in Italy?

Simona Calabria

simonacalabria@hotmail.it